30. mar, 2018

dedicata a NOI

Il “consumatore”

Se prendiamo un soggetto umano, ne possiamo rappresentare sempre ruoli socialmente differenti. Un uomo, è un “automobilista”, un “attivista”, un carattere, ad esempio, “paranoico”, un “uomo” – o donna -, un “tifoso” , un “elettore” ecc. ecc.

Un individuo, quindi, nell’arco della sua giornata, può trasformarsi in tanti differenti soggetti sociali, tutti rientranti in una possibile categoria che è sottoposta a studio da parte di “esperti”. Gli economisti, per cui il soggetto umano è la possibilità di creare un mercato, sia che si tratti di un costo che di un utile, definiscono un soggetto umano che risponde ad un mercato un “consumatore”. Noi tutti, quindi, non abbiamo reali esigenze da soddisfare secondo il nostro gusto, capacità e volontà, ma “consumiamo”.  Il “consumatore” è totalmente privo di volontà sebbene in possesso di una logica. Esso, consuma. Quindi non si nutre, nè mangia, ma consuma beni. Tale definizione deriva dal fatto che ad un’analisi dei fatti, le merci alimentari acquistate dalle società industrializzate sono enormemente superiori al fabbisogno naturale di ciascun individuo. Ciò significa che c’è un esubero di calorie acquistate che viene matematicamente “gettato”, consumato, inutilizzato, bruciato a vuoto. Il “consumatore”, quindi, è il soggetto che nè acquista per mangiare, nè acquista perchè ha fame, ma, appunto, non si sa perchè acquista, ma acquista.

Nutrirsi non è cibarsi, cibarsi non è mangiare, mangiare  divene sempre “consumare”.  Nel nostro lessico il nutrimento è considerato l’elemento base dell’alimetazione di un essere vivente. Le piante, gli animali, i pesci, si nutrono di altri esseri viventi o di sostanze biologico-chimiche presenti in natura. Anche l’uomo, può nutrirsi, per vivere, ma, la sua capacità di trasformare proprio l’elemento naturale e il senso che assume la necessità del nutrimento, lo fanno salire al grado di “essere che si ciba”. In questo caso, il cibo è un elemento che non è immediatamente un elemento naturale, ma passa attraverso la sua propria manipolazione. Il cibo, quindi, ha la funzione di nutrire l’organismo umano, ma , in più, possiede il senso che appartiene a questo gesto necessario. Il cibo testimonia la capacità propria dell’uomo di creare il proprio sostentamento mediante la trasformazione dell’elemento naturale: è quindi, un “atto di pensiero”. In questo modo, l’uomo, crea da solo il proprio nutrimento, prendendolo dalla natura, ma, appunto, umanizzandolo. Se nella parole “nutrimento” vi è un basso grado di consapevolezza e nella parola “cibo” vi è un perfetto grado di coscienza – di chi si ciba – nel vocabolo mangiare v’è, indubbiamente, un elemento di indeterminazione. Il verbo “mangiare” , infatti, designa l’atto di inglobare in un organismo qualcosa a suo proprio fine, che mantiene una certa distanza dalla nutrizione di cui esso ha bisogno. La balena mangia il krill, lo squalo mangia un tonno, un leone mangia una gazzella e così via. Mangiare ha in sè un grado di inconsapevolezza, relativo o alla cosa che si mangia o relativo a chi compie l’atto di mangiare. Mangiare è quindi un atto col quale solo un animale – quale è anche l’organismo umano – immette nel proprio organismo delle sostenza necessarie alla sua sopravvivenza. Mangiare, quindi, è un atto relativo ad una tendenza di un organismo animale, che esso compie più o meno necessariamente e più o meno inconsapevolmente.

Vi è dunque una separazione categoriale, nel mercato. Essa si riferisce a due generi: Produttori e Consumatori. Non vi sono soggetti umani, in questa catena, reali, che parlano e discutono, ma macchine, che producono e che consumano. A tale assurdità lessicale si giunge attraverso le semplificazioni necessarie all’ economista per elevarsi al rango di “pensatore”, che, al contrario di quelli veri, per cui tutti gli uomini sono in grado di esercitare non solo il pensiero, ma anche la libera scelta, implica una sorta di meccanismo già esistente – che lui non ha certo creato – e di cui discute con somma leggerezza. Leggerezza, poichè entrambi i soggetti nominati – Produttore e Consumatore – sono considerati solo ed unicamente dal punto di vista dell’industria, vero riferimento ideale di meccanismo funzionante, con regole semi-matematiche. L’attuale crisi economica, invece, mostra come, al contrario, il “mercato” è costituito da soggetti umani, pensanti e senzienti, che possono astenersi volontariamente dall’obbligo imposto dalle industrie di , appunto, “consumare”. Il fatto che in questo momento non ci sia denaro circolante, è la dimostrazione della fine della fiducia incondizionata che i beni materiali possano costituire la totalità del valore sociale di una civiltà, momentaneamente standardizzata su di una comunicazione globale.

Del resto, a questa situazione paradossale, in cui la necessità naturale della nutrizione diventa una situazione di inferiorità rispetto a chi non ne ha sufficente bisogno, si basa sull’ottenimento del risultato che il dialogo tra le parti sociali si è completamente azzerato. Dopo avere introdotto forzatamente il pensiero standard, TV e giornali, all’individuo è stata tolta la possibilità di esprimersi a parole, per ridursi ad esprimersi con mezzi di tutt’altro genere. Una pettinatura “parla”, un vestito “parla”, un’auto “parla”, ma nessuno dice nulla, poichè la comunicazione cosciente non esiste. Trovatisi nell’impossibilità di sussistere autonomamente, gli psicologi si sono conquistati il posto nelle industrie, nel marketing, nelle aziende locali, dove, invece di ristabilire l’ordine naturale Uomo-Natura, hanno consolidato il rapporto inversamente proporzionale Istituzione-uomo, dove è l’istituzione vera, e l’uomo mancante di essa. Quindi le leggi che governano – anche se non perfettamente, per fortuna – il comportamento irrazionale dell’uomo, vengono utilizzate – è una vecchia scoperta, ma non è stata ancora superata – a servizio del meccanismo del consumo delle merci.

Non molto tempo fa, un Presidente degli Stati Uniti disse: “Mi raccomando, spendete…”

 articolo scritto per OioRocca

Antonio M.Z.